L’abito fa il Donghi
La sua pittura è ascrivibile al “Realismo magico”: realtà dei contorni, solidità della materia che tuttavia trasmettono un’atmosfera magica e un’inquietudine impalpabile.
Antonio Donghi fu artista fra i più originali del secolo appena trascorso.
Roma, città natale, gli dedica fino al 18 un’importante mostra monografica, con i capolavori dell’artista tra 80 opere tra olii, pastelli e disegni.
Si va dalle opere giovanili passando per le più belle realizzazioni degli anni Venti e Trenta, fino alle indagini sul paesaggio e la pittura di genere svolte negli anni del dopoguerra.
Nucleo centrale della mostra è l’intera collezione Donghi, formata da 22 olii, 4 disegni e 2 pastelli.
Una curiosità artistico-biografica: Donghi era figlio di un commerciante di stoffe.
Sicuramente il fatto stimolò l’attenzione che il pittore sempre mise nel descrivere gli abiti dei suoi ritratti.
Spose radiose o pagliacci variopinti, atletici acrobati o solide massaie, tutti sono accomunati nella solenne classicità delle loro vesti, impeccabili fin nelle pieghe.
Quella precisione delle linee che ritroviamo nelle nature morte e nei paesaggi, dove dall’eleganza formale e dall’esattezza costruttiva trapela comunque intatto il segreto turbamento dell’esistenza umana.
Tra le opere esposte: la “Basilica di Massenzio” (1920 ca), il “Ritorno alla campagna” (1962), i “Piccoli saltimbanchi”, la “Via del Lavatore”.
“Antonio Donghi 1897-1963” è al Complesso del Vittoriano fino al 18 marzo.






















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