“Ne rimasi sbalordito, direi quasi spaventato”. A diciotto anni l’ascolto dell’Aida di Verdi a Pisa fu per il giovane Giacomo Puccini “l’aprirsi di una finestra sul mondo della musica”, che lo spinse a iscriversi al Conservatorio di Milano, dove seguì le lezioni di Antonio Bazzini e Amilcare Ponchielli.
Negli anni milanesi divide la stanza, gli acquisti (uno spartito del Parsifal comprato in società ) e le avventure con un amico livornese di poco più giovane: Pietro Mascagni, anch’egli destinato a incidere il proprio nome nella storia della musica italiana.
Nato a Lucca nel 1858 da una famiglia di musicisti da cinque generazioni, Puccini trovò fama e fortuna con “Manon Lescaut” del 1893 e la “Bohéme” del 1896. Seguirono “Tosca” del 1900 e “Madama Butterfly” del 1904.
L’ultimo atto della “Turandot” fu completato da Franco Alfano dopo la morte del compositore avvenuta a Bruxelles nel 1924.
La qualità melodica, l’intensità drammatica e il preziosismo sonoro, lo fecero additare come l’erede di Verdi.
I due compositori in realtà ebbero stili ed espressività differenti; di certo anche Giacomo Puccini ha rappresentato la tradizione operistica italiana al più alto livello.
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