“Ciò che desidero è che tutto sia circolare e che non ci sia, per così dire, né inizio né fine nella forma, ma che essa dia invece l’idea di un insieme armonioso, quello della vita”.
Notti magiche soffuse di dolcezza, girasoli malati che bucano la tela, forme spiraleggianti che trasmettono un folle desiderio di vita. Cosa bruciava dentro i quadri e dentro la mente di Van Gogh, piccolo uomo dal candore infantile?
Era l’incomprensione che circondava la sua arte, o l’incolmabile bisogno d’amore? Era il disturbo cerebrale, evidente, secondo alcuni esperti, nelle forme “turbinanti” tipiche di Van Gogh; quel male che (forse) portò il pittore a tagliarsi l’orecchio?
Vincent Van Gogh nacque a Groot Zundert nel 1853. Studiò arte ad Anversa, a Parigi incontrò gli impressionisti, in Provenza dipinse quadri frementi di energia, trascendendo ogni corrente artistica. Visse di deliri e visioni, la sua sensibilità nervosa alimentò vari capolavori. Nel 1890 si sparò e morì dopo un’agonia di due giorni, ad Auvers-sur-Oise.
Qualunque cosa fosse a divorare l’anima di Van Gogh, non leva originalità all’opera e non ne sminuisce la personalità. Perché questo genio emarginato sacrificò la propria giovinezza tra gli stenti per assistere i poveri (lo chiamavano “il Cristo del Borinage”). Perché questo pazzo, vestito come un mendicante, disprezzato dalla società e amato dai reietti, fu l’artista più incredibile della propria epoca.
Mostre Van Gogh
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